Beni immateriali in azione

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*5 agosto 2010: Vittorio Lanternari ci ha lasciato

Pubblicato da benimmateriali su 10 agosto 2010

L’ULTIMA TAPPA DI UN PENSIERO MAGICO

di Alice Rinaldi

Non sono mai solo studiosi o solo musicisti o solo scrittori. In un certo qual modo quando se ne vanno ci rendiamo conto che alcuni di loro erano maestri che parlavano semplicemente della vita complessa. A poco tempo dalla scomparsa di Josè Saramago a lasciarci è l’antropologo Vittorio Lanternari.
Nato ad Ancona nel 1918, fu allievo dello storico delle religioni Raffaele Pettazzoni. I primi insegnamenti guidarono i suoi studi verso pioneristiche interpretazioni di antropologia religiosa insieme a Ernesto De Martino e alle ricerche (sul campo) dei fenomeni della religiosità popolare del sud Italia. I suoi studi dalla religione si ramificarono poi tra identità ed ecologia diventando docente di Antropologia ed Etnologia prima a Bari e poi a Roma presso la facoltà di Sociologia de La Sapienza, che proprio ieri in un necrologio ha comunicato la notizia.

Negli anni della giovinezza si interessò all’Africa, svolgendo un’intensa ricerca sul campo in Ghana dove visse tra l’etnia Nzema, riportata nel testo «Dèi, profeti, contadini» pubblicato nel 1988. Da qui le prime analisi sul problema del vecchio etnocentrismo di stampo colonialista, la gabbia prospettica dell’io sull’altro e tutte le definizioni conseguenti, da primitivo a razza, con «Crisi e ricerca d’identità» (1977), «Problemi di etnocentrismo e identità» (1979), fino ad «Antropologia e imperialismo» (1997). Giungendo a toccare le derive opposte del post-moderno teso verso l’antietnocentrismo entusiastico, ricercando una riequilibrata interpretazione in «L’incivilimento dei barbari. Identità, migrazioni e neo-razzismo» (1983). Nello stesso anno tornò tra laicismo e religiosità con «Festa, carisma, apocalisse», dove inaugurò l’importanza universale di un oggetto di studio che riprese più volte, visto che «non vi è né mai vi fu società umana senza feste. La Festa è una categoria della cultura, è una risposta data dall’uomo alle condizioni di precarietà» mai così attuali come oggi. Tornerà poi sulla «dimensione dionisiaca dell’animo umano», come direbbe Michel Maffesoli, nel 2006 con «Religione, magia e droga» dove dai contesti religiosi tradizionali analizza la tendenza contemporanea ai nuovi culti di tipo terapeutico come risposta all’acuta consapevolezza (ma senza segno d’azione) della crisi ecologica mondiale. Proprio in un’intervista recente Lanternari diceva che «l’uomo non si rende ancora conto in modo critico (o fa finta di non capire) che il danno portato alla natura è un danno portato all’umanità. È un danno transgenerazionale: i suoi effetti non riguardano solo il presente o il futuro prossimo, ma toccheranno anche tutti gli uomini che si presenteranno al mondo 50, 100 anni dopo di noi». Proprio sull’ecologia si è impegnato il contributo più recente di Lanternari ed è quello che per ovvie ragioni più si affaccia sull’attualità. Con «Ecoantropologia. Dall’ingerenza ecologica alla svolta etico-culturale» del 2003 Lanternari affronta, appunto, il terreno delle relazioni tra antropologia ed ecologia. In un periodo di gravi tragedie ecologiche (ma tutte umane) avvicinarsi al suo pensiero a sua volta così vicino alla natura può essere forse il modo migliore per ricordarlo concretamente.
Lanternari sosteneva, in una prospettiva ormai di incontro tra più discipline (quelle che si occupano dei ‘problemi del mondo’, dalla geologia alla climatologia) che l’ecoantropologia ha il compito di portare gli uomini verso un’autocritica sui danni quotidiani e verso un cambiamento dei costumi. In primo luogo quello dell’iperproduttivismo che ha ormai assunto (letteralmente) il regime dell’a tutti i costi, quasi un dovere totale ritenuto necessario per vivere (sempre) meglio. In un momento in cui siamo risucchiati da stili di vita tutti rivolti al presente e alla ricerca del benessere immediato, senza più mete prefissate, l’abbandono del pensiero rivolto al futuro sembra talvolta tradursi in un abbandono egoistico. Il che è paradossale, perlomeno da un punto di vista maternale, poichè nel futuro ci sono i figli. Questo filo di accuratezza è invece proprio il modo che lega l’umanità alla natura e la responsabilità all’ecologia e l’ecologia alla (e della) mente, come diceva anche Gregory Bateson. Dagli errori consapevoli – spray che bucano l’ozono, pratiche per il reciclaggio ignorate ed elettrodomestici iperattivi – agli errori umani, già fatti – il lago di petrolio dentro il golfo del Messico, l’incendio inarrestabile in Russia – e possibilmente da fare – il rinnovato interesse (economico) per l’energia nucleare – l’ecoantropologia risulta estremamente attuale. Forse più della pura ecologia (e degli ecologisti che non sembriamo in grado di sopportare). Evidentemente è vero che il problema più urgente è umano (e operativo) che realmente tecnico (e tecnologico). Diceva ancora Lanternari: «Hans Jonas, il grande filosofo tedesco del quale mi sono nutrito, nel suo libro Il principio di responsabilità ne parla, guarda caso, non in senso generico, ma in senso tipicamente ecologico. Dice che bisogna essere responsabili di quello che facciamo nei confronti della natura, sia nello spazio che nel tempo. Questo perché siamo tutti nei guai, presenti e possibili, sempre più crescenti».
Si sa, errare è umano, ma ultimamente siamo particolarmente diabolici, e sempre meno responsabili.

“Il manifesto” 8 agosto 2010

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