Beni immateriali in azione

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*Terremoto in Abruzzo: i migranti

Posted by benimmateriali su 14 aprile 2009

voltiberlino

Riportiamo un contributo di Pietro Clemente

 

Abruzzo: il dolore dell’angelo

Abdjia Nurjie F 1968,
Airulai Alena F 1998
Bobu Darinca Mirandolina F 1973
Chernova Marjia F 2001
De La Cruz Cursina Roberta F 1952
El Sajet Boshti M 2005
Enesoiu Adriana F 1961
Ghiroceanu Laurentiu Constantin M 1968
Ghiroceanu Antonio Ioavan M 2008
Grec kristina o marina F 3/5 anni
Hasani Demal M 1967
Hasani Refik M 1965
Husein Hamade M 1987
Koufolias Vassilis M 1981
Muntean Silviu Daniel M 2002
Nouzovsky Ondrey M 1991
Osmani Valbona F 1996
Parobok Anna F 1990

Ho tratto dalla lista generale dei morti d’Abruzzo (una lettura terribile e significativa, intere generazioni distrutte, i cognomi che si ripetono, le età che mutano, mi ricorda le liste dei morti nelle stragi naziste lungo il passaggio del fronte della guerra in Toscana) questi 18 nomi che hanno l’aria di non essere italiani, non so chi siano, se studenti, badanti, lavoratori dell’edilizia, operai, professionisti.

Vedo che hanno l’età delle mie figlie, dei miei nipoti, dei miei allievi. Una di loro corrisponde alla bara che ha tanto commosso l’opinione pubblica perché sovrastata dalla piccola cassa bianca della propria bambina di soli tre mesi. Dalla stampa capisco che sono macedoni, palestinesi, peruviani, rumeni, più in generale est europei e latino americani che facevano parte di gruppi migranti ben radicati nel territorio.

Di loro non si parla granché, dei musulmani si sa che le bare sono già partite per la loro terra (così come spesso facevano le bare di italiani d’America o d’Australia nelle prime migrazioni) e che il giorno del Venerdì Santo – che qualcuno ha visto come funerale di Stato Vaticano -, il rappresentante delle chiese musulmane d’Italia ha avuto velocemente la parola a cerimonia quasi finita. Protestanti o ortodossi, cattolici o atei, tutti i corpi hanno avuto le loro tre benedizioni cattoliche (dal papa tramite un suo rappresentante, dal cardinale e dal vescovo), salvo chi aveva scelto vie diverse di commiato più legate alle comunità dei parenti spesso diasporiche. Come un fall-out atomico, il terremoto ha fatto vittime ovunque, colpendo in modo concentrato ha disseminato un dolore disperso, solo tra i miei amici ho avuto notizia di vittime legate alla provincia di Frosinone, al senese, alla Sicilia, a Roma, perché l’Aquila come l’Europa era una città di scambi, di percorsi diversi e anche di migrazioni antiche e nuove, anche universitarie.

Ma colpisce non vedere sulla stampa questa lista che ora ho estratto dalle macerie di una pagina Internet. Perché questa lista significa molto. Non solo essa rappresenta proporzionalmente le nuove realtà del lavoro e della residenza (ma non della cittadinanza) nell’Italia di oggi, ma segna un dato nuovo della nostra storia che è quello che i mass media tengono segreto (interessa di più il liceo aquilano di Bruno Vespa e del ceto professionale che frequentava che la presenza radicata di nuove realtà migratorie) come si fossero passati una velina, forse concepita dal jazzista pentito Roberto Maroni. Cosa c’è scritto nella velina? Credo così: “parlate meno possibile degli immigrati presenti e morti nel terremoto se no la gente li sentirà fratelli e farà resistenza a schedarli e a espellerli, o vedrà che sono ormai parte della nostra vita e vorrà che diventino anche cittadini”.

In effetti perché sono rumeni quattro uomini accusati di sciacallaggio e poi prosciolti ed è solo una mamma e non una rumena la donna morta con la figlioletta il cui ‘monumento funebre’ ha straziato i cuori degli italiani pubblico televisivo?

Credo che in questi nomi ci sia non solo un obbligo di memoria, di incisione sulle pareti del monumento alle vittime con lettere ben riconoscibili, ma anche un nuovo giuramento di sangue che apre all’Italia futura: essa crescerà mescolandosi nella vita e nel sangue con gli immigrati. Perché parlo di sangue? Perché nella poesia di Carducci La Chiesa di Polenta dove si trovano i versi più volte cari agli antropologi, dedicati alla ‘itala gente dalle molte vite’ nel trattare la storia nazionale di conflitti, guerre, dominazioni, innesti di popolazioni diverse, e che si riferisce a una storia nazionale compiuta, spesso rivendicata dai conservatori per stabilire muri e confini, Carducci non riconosce tanto le ‘molte vite’ degli italiani nelle diversità culturali, di cui non aveva idea, ma nelle ibridazioni legate al sangue plurale che scorreva ormai dopo secoli di innesti di civiltà nella gente d’Italia alla fine dell’800. Con il loro sangue versato in terra d’Abruzzo gli immigrati sono ormai parte della ‘itala gente dalle molte vite’: non solo per pluralismo culturale ma anche ‘per sangue versato’. Il loro sangue chiede cittadinanza e accoglienza e non esclusione distrazione e smemoratezza.

Il lunedì dell’angelo ci presenta un angelo di dolore: la tradizione delle gite fuori porta della pasquetta sarà in Abruzzo obbligata dall’impossibilità di rientrare entro le porte delle città. Tra le meditazioni l’Angelo del dolore porta anche quella che in questi giorni circola sui giornali, e che noi antropologi traiamo dal pensiero di Gregory Bateson, e dal libro postumo Dove gli angeli esitano. In quelle pagine intense e dialogate con la figlia Mary Catherine l’antropologo/scienziato/comunicatore angloamericano rivolge un ammonimento contro l’uso del mondo fatto da tecnici e ingegneri che, anziché attendere una conoscenza scientifica profonda delle cose intervengono con tecniche, apparati, costruzioni che dichiarano servire all’utile degli uomini, ma in realtà portano verso la catastrofe. Il mondo – dicono questi tecnici e ingegneri – non vuole aspettare che se ne sappia di più, per il suo bene, o per la fretta di creare consumi e profitti, “deve precipitarsi là dove gli angeli esitano”.

L’angelo ci appare come figura del comune senso sacro del mondo, e insieme figura del confine violato: luogo di meditazione oggi, Lunedì dell’Angelo, angelo di dolore, tra i diversi cognomi dei morti, e tra le diverse vie per costruire e ricostruire.

fonte: SIMBDEA 

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