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*Terremoto in Abruzzo: la paura del “dopo”

Posted by benimmateriali su 14 aprile 2009

bimboant1Riportiamo una testimonianza dell’antropologa abruzzese Adriana Gandolfi

 

 

Cari amici, qui la terra continua a tremare urlando tutta la sua “incazzatura”; questo terremoto dimostra in maniera evidente l’inadeguatezza di questa umanità mediatica davanti agli eventi “reali”, piuttosto che “virtuali”.

L’Aquila ed i suoi borghi medievali rappresentano la memoria storica di questa regione ma da qui non passano soltanto i tratturi dei pastori e la “via degli Abruzzi”, purtroppo c’è anche la micidiale “faglia dell’Appennino” che nei secoli ha contrassegnato questo territorio con eventi sismici ricorrenti e particolarmente violenti (basta ricordare il terremoto della Marsica del 1915, dove soltanto nella città di Avezzano si contarono 300 sopravvissuti su 11.000 abitanti).

Noi siamo atterriti e sconsolati, anche se l’Abruzzo nei secoli è stato devastato da tali eventi,  questa volta abbiamo conosciuto anche la vergogna della denuncia per “procurato allarme” a chi, con competenza scientifica annunciava la catastrofe imminente (bastava consigliare alla popolazione di dormire fuori casa almeno la notte del 6 aprile, quando si erano intensificate e ravvicinate le scosse che ormai duravano da 4 mesi).

Così, con l’Abruzzo devastato dal cataclisma rinnovato, l’Italia si risveglia dal torpore tecnocratico, con le polemiche sulla prevedibilità o meno dei terremoti e scopre che l’assassino di queste vite non è soltanto l’evento naturale incontrollabile ma il suo complice più subdolo: il calcolo dell’attività speculativa e “palazzinara” che ha compromesso il “bel paese” e le sue risorse paesaggistiche, ambientali, culturali dai famigerati anni sessanta fino ad oggi.

Senza mai limiti all’avidità dei concorrenti, con leggi sull’edificabilità anti-sismica mai attuate, le ennesime prese in giro alla collettività da “spremere” fino al midollo.

Quella notte, nelle abitazioni e nella “casa dello studente” c’erano rimaste soltanto quelle persone e quei ragazzi che in buona fede avevano creduto alle rassicurazioni come ennesimo “falso allarme”;vittime ennesime del malaffare tutto italiano: affarismo politico-immobiliare o social-speculativo, chiamatelo come vi pare.

Meno male che la maggior parte dei residenti è rimasta sveglia, in campana, ed ha dormito vestito vicino alla porta o nelle auto, sarebbe risultato ben altro il  numero dei morti.

Io mi sento molto legata a questa città, la avverto come una “patria culturale” qui ho vissuto anni importanti per la mia formazione, gli anni più belli della “meglio gioventù”.

La Valle Subequana (così si chiama il territorio che circonda L’Aquila e la impreziosisce come un ornamento) è sempre stato il territorio prediletto, il “luogo ritrovato”, dove mi dirigo nelle mie “scappatine” rigenerative, tra i rari spazi dove la mia anima respira “carattere, tradizione e identità”.

Non riesco a coniugare i verbi al passato, perché non posso pensare che tali borghi non esistano più, il terremoto è questo, come un bombardamento, in un lampo, scompare il tuo orizzonte consueto, passato e futuro si comprimono, nulla più, esiste solamente il presente, forse è l’istinto di sopravvivenza primordiale che ci frega o ci riscatta come l’istinto materno???

Ora la paura vera che ho è del “dopo”, la cancellazione della “memoria”, le ricostruzioni aberranti e moderniste che sono capaci di fare (come dimostrato da Belice ed Irpinia) gli affiliati al clan dei “progett-affaristi” insieme alla congrega dei”politic-immobiliaristi”; le grandi ditte già si stanno accapigliando per dividersi la ricca torta.

Il nostro compito è sina d’ora quello di prevenire e promuovere una ricostruzione attenta alla “memoria dei luoghi”, che tuteli in modo speciale non soltanto il patrimonio storico artistico ma soprattutto il carattere demo-antropologico.

Vorrei citare come esempio, l’intervento di ristrutturazione attuato in alcuni paesi, come Civitella Alfedena, appena dopo il terremoto del 1984 nel Parco Nazionale d’Abruzzo.

Le ditte che realizzarono la complessa opera erano locali ed oltre al personale specializzato, utilizzavano per la mano d’opera gli abitanti; il progetto prevedeva di smontare completamente le case e le strade, numerandone i pezzi e ricostruire il tutto com’era, rimontando insieme pietra su pietra.

Un risultato eccezionale, ultimato in pochissimi anni; l’altro esempio, quello friulano è soltanto più famoso.

 

Pescara, 9 aprile 2009

 

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