Beni immateriali in azione

intangible heritage tangible communities

Archivio dell'autore

*Presentazione a Venafro di “Conoscenze: Patrimonio immateriale del Molise” (28/4/2010)

Posted by benimmateriali su 26 aprile 2010

MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI

Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Molise
Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici del Molise

MERCOLEDI 28 APRILE 2010 – ORE 17.00

VENAFRO (Isernia) – CASTELLO PANDONE

presentazione del volume
“CONOSCENZE: PATRIMONIO IMMATERIALE DEL MOLISE”

(a cura di Emilia De Simoni – BetaGamma, Viterbo 2009)

Sarà presentato a Venafro, il 28 aprile alle ore 17.00, al Castello Pandone, il numero monografico della rivista “Conoscenze” dedicato alle tradizioni festive del Molise.

La presentazione sarà introdotta da Daniele Ferrara, Soprintendente per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici del Molise. Interverranno: Renato Cavallaro, Professore di Sociologia generale all’Università Sapienza di Roma; Antonietta Caccia, Presidente dell’Associazione Circolo della Zampogna; Mauro Gioielli, Demologo. Sarà inoltre presente Francesco Scoppola, Direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Umbria, già Direttore Regionale del Molise.

Info:
Castello Pandone di Venafro (IS) tel. 0865 904698
Soprintendenza BSAE del Molise, Campobasso
Tel. 0874 431354 Fax 0874 431351
sbsae-mol@beniculturali.it

Annunci

Posted in Antonietta Caccia, beni demoetnoantropologici, Daniele Ferrara, Francesco Scoppola, Intangible Cultural Heritage, Istituto Centrale Demoetnoantropologia, Mauro Gioielli, MiBAC, Molise, Renato Cavallaro, Venafro | Leave a Comment »

*XII Settimana della Cultura: Omaggio a Diego Carpitella (22/4/2010)

Posted by benimmateriali su 11 aprile 2010

Ministero per i Beni e le Attività Culturali – XII Settimana della Cultura

Omaggio a Diego Carpitella

giovedì 22 aprile 2010 – ore 10.30 e ore 14.30
Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi
Via Michelangelo Caetani 32 – Roma

Il 22 aprile 2010 l’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi (ICBSA) e l’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia (IDEA) organizzano, presso l’Auditorium dell’ICBSA,  una giornata dedicata a Diego Carpitella (1924-1990), nel ventennale della sua scomparsa.

Alle ore 10.30 interverranno: Massimo Pistacchi, Stefania Massari, Luigi M. Lombardi Satriani, Agostino Ziino e Francesco Giannattasio.

Alle ore 14.30 verranno proiettati alcuni esempi dell’antropologia visiva di Diego Carpitella, presentati da Emilia De Simoni:

Materiali di Antropologia Visiva 4: Alan Lomax racconta l’esperienza etnomusicologica in Italia con Diego Carpitella (1991, 6’)
Realizzazione: Museo Nazionale Arti e Tradizioni Popolari, 2003.

Meloterapia del tarantismo (1960, 7’)
di Diego Carpitella
Ed. a cura di F. De Melis; Museo Nazionale Arti e Tradizioni Popolari e Centro FLOG, 1995.

Cinesica 1: Napoli (1973, 45’)
Regia: Diego Carpitella; aiutoregia: R. Assuntino; ricerche: D. Carpitella, G. Bonicelli, R. Assuntino, S. Testa (DFA – Istituto di Storia delle Tradizioni Popolari dell’Università La Sapienza); montaggio: R. Perpignani; fotografia: G. Bonicelli; produzione: Istituto Luce.

Suoni: Calabria “zampogna e chitarra battente” (1981, 31’)
Collana “I suoni” diretta da Diego Carpitella
Fotografia: G. Bonicelli; suono: R. Faidutti; aiuto regia: F. Giannattasio; montaggio C. Conversi; produzione: Bocca di Leone Cinematografica, RAI.

MIV 10: cantigos a boghe ‘e chiterra (1991, 10’)
Collana Musica & Identità/Video fondata da Diego Carpitella
Regia: F. De Melis; produzione: Discoteca di Stato, Associazione Italiana di Cinematografia Scientifica, Cattedra di Etnomusicologia del Dip. di Studi Glotto-Antropologici dell’Università La Sapienza, Museo Nazionale Arti e Tradizioni Popolari.

***

Con questa iniziativa i due Istituti intendono rendere omaggio all’etnomusicologo che, con la sua intensa attività di ricerca e con i suoi studi, ha contribuito in maniera determinante alla documentazione e alla valorizzazione del patrimonio immateriale etnomusicologico del nostro Paese.

Per il suo impegno culturale e per il suo rigore scientifico, Diego Carpitella si può considerare un maestro non soltanto nel campo dell’etnomusicologia, ma anche nel settore dell’antropologia visiva. Dall’avvio, negli anni ’50 dello scorso secolo, delle prime “spedizioni etnologiche” con Ernesto de Martino (1908-1965) e delle ricerche sul campo con Alan Lomax (1915-2002), l’attività dello studioso si è svolta lungo un percorso caratterizzato da quella che si potrebbe definire una “rigorosa passione”, tesa a restituire dignità alle espressioni del folklore musicale italiano e a promuoverne la conoscenza.

Nel tempo questo impegno ha sollecitato Carpitella ad approfondire ulteriori forme di osservazione e documentazione, ponendo le basi per l’antropologia visiva in Italia,  intesa come metodo imprescindibile nella ricerca demoetnoantropologica.

Per le significative collaborazioni con la Discoteca di Stato, oggi ICBSA, e con il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, oggi IDEA, rappresentate dalla produzione dei MIV – Musica e Identità Video, e dalla rassegna MAV – Materiali di Antropologia Visiva, Diego Carpitella si pone come una figura centrale nella storia dei due Istituti.

L’iniziativa proporrà dunque, attraverso presentazioni, sequenze sonore e filmiche, l’attualità dell’opera di Carpitella, oggi, nell’ambito degli studi demoetnoantropologici e nell’attività di valorizzazione del patrimonio immateriale condotta dal MiBAC.

Posted in Alan Lomax, antropologia visiva, beni demoetnoantropologici, Calabria, Campania, Diego Carpitella, Istituto Centrale Beni Sonori e Audiovisivi, Istituto Centrale Demoetnoantropologia, Luigi Lombardi Satriani, MiBAC, Puglia, Sardegna | Leave a Comment »

*Presentazione del volume “Conoscenze: Patrimonio Immateriale del Molise” a cura di Emilia De Simoni (21/4/2010)

Posted by benimmateriali su 11 aprile 2010

 

Ministero per i Beni e le Attività Culturali – XII Settimana della Cultura

Presentazione del volume
“Conoscenze: Patrimonio Immateriale del Molise” a cura di Emilia De Simoni

mercoledì 21 aprile 2010 – ore 17.00
Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione – Chiesa delle zitelle
Via di San Michele, 18 – Roma

Nell’ambito dell’iniziativa sul patrimonio etnoantropologico immateriale, curata dall’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD) e dall’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia (IDEA), verrà presentato il numero monografico della rivista “Conoscenze”, dedicato al patrimonio immateriale del Molise (BetaGamma, Viterbo 2009).

Il volume documenta il progetto di etnografia visiva sulle tradizioni festive molisane, promosso dall’IDEA e dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Molise.

Alberto M. Cirese interverrà sul tema “Un ricordo di ricerche molisane”.

Conoscenze: Patrimonio Immateriale del Molise” sarà presentato da Renato Cavallaro.

scheda del volume

***

programma

PATRIMONIO ETNOANTROPOLOGICO IMMATERIALE: ESITI DI RICERCHE SUL CAMPO 

Ore 17.00

Introduce
Laura Moro, Direttore dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione

Intervengono

Antonia Pasqua Recchia, Direttore Generale per l’organizzazione, gli affari generali, l’innovazione, il bilancio ed il personale

Stefania Massari, Direttore dell’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia

Relazioni

Renato Cavallaro, Professore di Sociologia generale, Università Sapienza – Roma
Presentazione del volume Conoscenze. Patrimonio immateriale del Molise a cura di Emilia De Simoni, 2009

Alberto M. Cirese, Professore emerito di Antropologia culturale, Università Sapienza – Roma
Un ricordo di ricerche molisane

Emilia De Simoni
La ricerca di etnografia visiva e i dati di catalogazione sul patrimonio immateriale del Molise

Sandra Vasco
Esiti del progetto PACI dell’ICCD

Roberta Tucci
Il recupero delle banche dati della Videoitalia e del CNR

Paola Elisabetta Simeoni
La catalogazione con la scheda BDI ridotta per la inventariazione: elementi della “Dieta mediterranea” in Puglia, Basilicata, Lazio

 

Ore 19.30 – 20.15 – Chiostro delle Zitelle

Concerto di Musiche e canti di tradizione popolare dell’amatriciano (Amatrice – Rieti)
Organizzazione di Mario Ciaralli
Terzine, quartine, canto in ottava rima a contrasto
Suonate strumentali con zampogna (ciaramelle) e organetto: saltarello, accompagnamento della sposa (piagnereccia, camminereccia, crellereccia)
Nello Sciarra, ciaramelle
Pietro De Acutis, cantore-poeta
Donato De Acutis, cantore-poeta e organetto
Giampiero Giamogante, cantore-poeta

 

Posted in Alberto M. Cirese, Basilicata, beni demoetnoantropologici, Intangible Cultural Heritage, Istituto Centrale Catalogo e Documentazione, Istituto Centrale Demoetnoantropologia, Lazio, MiBAC, Molise, Puglia, Renato Cavallaro | Leave a Comment »

*Presentazione del volume “Feste e Riti d’Italia – Sud 1” (19/4/2010)

Posted by benimmateriali su 10 aprile 2010

Ministero per i Beni e le Attività Culturali – XII Settimana per la Cultura

Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia – ICHnet

presentazione del volume
Feste e Riti d’Italia – Sud 1 (Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia)
a cura di Stefania Massari

Roma, 19 aprile 2010 – ore 17.30
Biblioteca di archeologia e storia dell’arte
Via del Collegio Romano, 27 – Roma

Intervengono:

Mario Lolli Ghetti
Direttore Generale per il paesaggio, le belle arti, l’architettura e l’arte contemporanee

Gregorio Botta
Vice Direttore “La Repubblica”

Luigi M. Lombardi Satriani
Ordinario di Antropologia presso l’Università di Roma “Sapienza”

Massimo Pistacchi
Direttore dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi

Coordina:

Barbara Terenzi
Coordinatore del Comitato per la promozione e protezione dei diritti umani

***

Feste e Riti d’Italia – Sud 1 (De Luca, Roma 2009)
elenco delle feste:

BASILICATA
Madonna del Sacro Monte, Viggiano
Santissimo Crocifisso, Brienza
Madonna del Pollino, San Severino Lucano
Madonna della Bruna, Matera
Madonna del Carmine, Avigliano
San Rocco, Tolve,
Madonna del Carmelo, Pedali di Viggianello

CALABRIA
Settimana Santa, Battenti rossi, Verbicaro
San Rocco, Gioiosa Jonica
Madonna di Polsi o della Montagna, Polsi di San Luca
Santi Cosma e Damiano, Riace

CAMPANIA
Maria Santissima del Carmine detta delle Galline, Pagani
Madonna dell’Arco, Sant’Anastasia
San Michele Arcangelo, Sala Consilina
San Michele Arcangelo, Padula
San Michele Arcangelo, Rutino
Gigli per la festa di San Paolino, Nola
Santa Maria della Neve, Ponticelli
San Silvestro, Sessa Aurunca

MOLISE
Carnevale, il Diavolo, Tufara
Madonna Incoronata, Santa Croce di Magliano
Carrese per la festa di San Leo, San Martino in Pensilis
Mája, Acquaviva Collecroce
Corpus Domini, Misteri, Campobasso
Volo dell’Angelo per la festa della Madonna delle Grazie, Vastogirardi

PUGLIA
Maria Santissima Addolorata, Molfetta
Settimana Santa, Ruvo
Settimana Santa, Taranto
San Michele Arcangelo, Monte Sant’Angelo

Posted in Basilicata, beni demoetnoantropologici, Calabria, Campania, Comitato Promozione Patrimonio Immateriale, Intangible Cultural Heritage, Istituto Centrale Demoetnoantropologia, Luigi Lombardi Satriani, MiBAC, Molise, Puglia | Leave a Comment »

*Auguri dal Piccolo Principe

Posted by benimmateriali su 24 dicembre 2009

“Ho sete di questa acqua”, disse il piccolo principe, “dammi da bere…”
E capii quello che aveva cercato! Sollevai il secchio fino alle sue labbra. Bevette con gli occhi chiusi. Era dolce come una festa. Quest’acqua era ben altra cosa che un alimento. Era nata dalla marcia sotto le stelle, dal canto della carrucola, dallo sforzo delle mie braccia. Faceva bene al cuore, come un dono. Quando ero piccolo, le luci dell’albero di Natale, la musica della Messa di mezzanotte, la dolcezza dei sorrisi, facevano risplendere i doni di Natale che ricevevo.
“Da te, gli uomini”, disse il piccolo principe, “coltivano cinquemila rose nello stesso giardino…” e non trovano quello che cercano…”
“Non lo trovano”, risposi.
“E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua…”
“Certo”, risposi.
E il piccolo principe soggiunse:
“Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore”.

Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, cap. XXV

Posted in human creativity | 2 Comments »

*Patrimonio immateriale del Molise

Posted by benimmateriali su 9 dicembre 2009

 

CONOSCENZE: PATRIMONIO IMMATERIALE DEL MOLISE
a cura di Emilia De Simoni
BetaGamma, Viterbo 2009
pp. 160
ISSN 1827-0069

Il numero monografico della rivista Conoscenze dedicato al patrimonio immateriale del Molise presenta alcuni risultati del progetto di etnografia visiva avviato, nel 2005, dal Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, attualmente Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia, e dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Molise. Il volume, curato da Emilia De Simoni, responsabile del progetto di ricerca, contiene un saggio di Renato Cavallaro sulle campagne fotografiche realizzate in Molise, tra il 1972 e il 1975, per conto del Museo. Ai testi introduttivi della curatrice, relativi all’etnografia visiva e alla ricerca condotta tra il 2005 e il 2009, seguono le schede di 13 feste molisane: Santa Cristina a Sepino, Sant’Antonio Abate a Colli a Volturno, Sant’Anastasio ad Acquaviva d’Isernia, San Biagio e San Leo a San Martino in Pensilis, il Carnevale dei Mesi a Bagnoli del Trigno e a Cercepiccola, il Carnevale dell’Uomo Cervo a Castelnuovo al Volturno, il Carnevale del Diavolo a Tufara, San Giuseppe a Casacalenda e a Termoli, la Processione del Cristo Morto a Isernia, la Pagliara a Fossalto. Le schede sono accompagnate da un corredo iconografico che sottolinea le fasi principali degli eventi festivi. In appendice vengono riportati: un indice cronologico della ricerca, suddiviso per località, date e temi; una bibliografia generale; un percorso fotografico relativo a tutte le feste documentate.

 

I N D I C E

Presentazioni

p. II    Antonia Pasqua Recchia
p. IV   Ruggero Martines
p. V    Francesco Scoppola
p. VI   Stefania Massari

Patrimonio immateriale del Molise

p. 1     Emilia De Simoni: Etnografia visiva tra mappa e territorio
p. 7     Renato Cavallaro: Le campagne fotografiche in Molise per il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari (1972-1975)
p. 17   Emilia De Simoni: La ricerca sul patrimonio immateriale del Molise (2005-2009)
p. 31   Donato D’Alessandro: Appunti di ricerca

Testi e immagini*

p.  33   Sepino: Santa Cristina
p.  38   Colli a Volturno: Sant’Antonio Abate
p.  42   Acquaviva d’Isernia: Sant’Anastasio
p.  47   San Martino in Pensilis: San Biagio
p.  52   Bagnoli del Trigno: Carnevale, Mesi
p.  59   Cercepiccola: Carnevale, Mesi
p.  65   Castelnuovo al Volturno: Carnevale, Uomo Cervo
p.  71   Tufara: Carnevale, Diavolo
p.  79   Casacalenda: San Giuseppe
p.  88   Termoli: San Giuseppe
p.  95   Isernia: Processione del Cristo Morto
p. 102  San Martino in Pensilis: San Leo, Carrese
p. 112  Fossalto: Pagliara

Appendice

p. 119   Indice cronologico della ricerca 2005-2009
p. 124   Bibliografia generale
p. 135   Ringraziamenti
p. 137   Percorso fotografico

*Testi di Emilia De Simoni – Fotografie di Donato D’Alessandro e Emilia De Simoni

Posted in beni demoetnoantropologici, Istituto Centrale Demoetnoantropologia, Molise | 3 Comments »

*Un articolo di Françoise Héritier su Claude Lévi-Strauss

Posted by benimmateriali su 4 dicembre 2009

Riceviamo da Patrizia Ciambelli la segnalazione
di un significativo articolo di Françoise Héritier su Claude Lévi-Strauss

Claude Lévi-Strauss (28 novembre 1908 – 30 octobre 2009)

Claude Lévi-Strauss n’est plus de ce monde, ce monde qu’il n’aimait pas et où il ne se reconnaissait plus de longue date, qu’il avait délibérément quitté depuis ses deux accidents à intervalle d’un an qui le laissèrent diminué physiquement et le cloîtrèrent chez lui. Il allait avoir 101 ans. Il a réussi, malgré ce grand âge, cet âge qu’il n’aurait pas dû avoir selon la formule délicieusement ironique qu’il utilisait parfois à son endroit, à nous surprendre, à mourir alors que nous regardions ailleurs, pris dans l’obsédante frénésie du quotidien. Il nous a quittés sur la pointe des pieds, avec la délicatesse et la discrétion qui étaient sa marque de fabrique, car il n’aurait pas aimé être accompagné des pompes de l’État ou même d’institutions universitaires ou académiques, bien qu’il sût que sa disparition entraînerait un séisme mondial. C’est vrai que l’annonce de son décès a provoqué une sorte de vague géante d’intérêt journalistique, un tsunami vite monté et aussi vite retombé, laissant place pour plus tard à des réflexions reposées sur l’homme et sur son œuvre. Par son choix, il a protégé sa famille, l’idée qu’il se faisait de lui-même et même ses collègues et amis, anthropologues en premier, dont il savait quelle serait l’émotion. Et il est resté fidèle jusqu’au bout à ses convictions sur l’être au monde et à sa détestation du « mondain ».

Cet homme austère, ce grand anthropologue reconnu et admiré, avait donc peu de goût pour l’humanité. On l’a souvent accusé de misanthropie. Lui-même met en avant son amertume et ses désillusions. Elles transparaissaient déjà dans Tristes tropiques en 1955, où il parle de cette « civilisation proliférante et surexcitée » qui laisse derrière elle « des terrains vagues grands comme des provinces […] et un relief meurtri », ou un milieu urbain fait d’ordures, de ruines, de suintements. Dans Le Magazine littéraire de juin 1993, il dit : « Je suis pénétré d’une sorte de morale ultime : ‘rien n’est’. Naturellement, pour vivre, il faut faire comme si les choses avaient un sens ; c’est une morale provisoire pour la vie, mais une morale de deuxième ordre » (Catherine Clément, « Leçon de structuralisme appliqué », Le Magazine littéraire n° 311, 1993 : pp. 22-26). Et ailleurs, dans Jeune Afrique en 1983, il s’exprime sur la différence entre « le caractère pernicieux de la doctrine raciste » et le peu de sympathie que des gens peuvent éprouver les uns pour les autres dans des contextes culturels différents : « Ce qui me semble actuellement dangereux, c’est, bien sûr, l’homogénéisation de la planète à laquelle on assiste mais, plus encore, la vertu doctrinale qu’on lui prête. Pourquoi faudrait-il que tout le monde aime tout le monde ? Ce serait nocif… et c’est impossible », et il ajoute, pour expliquer le peu d’intérêt qu’il a porté aux sociétés africaines, qu’il s’était toujours senti « l’homme des tropiques vides » (Jeune Afrique n° 1171, 15 juin 1983 : pp. 51-53). A-t-il su, avant de mourir, que l’Afrique venait d’atteindre le milliard d’hommes ?

Paradoxalement, cet homme pudique, réservé, peu enclin aux épanchements, nous a beaucoup dit sur lui-même et c’est une des raisons, je crois, qui rendent son œuvre à la fois intellectuellement excitante et si attachante. Il l’a fait aussi bien dans ses ouvrages que dans son enseignement (dont une grande et mémorable partie a été dispensée dans le cadre de la VIe section de l’EPHE, devenue ensuite l’EHESS) et dans les nombreux entretiens qu’il a accordés. Au-delà de ce pessimisme fondamental dont j’ai fait état (« Le monde a commencé sans l’homme et s’achèvera sans lui », Tristes tropiques »), nous savons qu’il aurait aimé être peintre ou architecte de théâtre, qu’il aimait et savait bricoler le bois et aller à la cueillette des champignons, qu’il n’aimait pas l’écriture, tâche exténuante, que la musique l’accompagnait au quotidien au point qu’il a construit certains de ses ouvrages selon des conceptions musicales, qu’il n’avait pas apprécié les événements de 1968, qu’il préférait le shintoïsme (« qui ne trace pas de lignes de démarcation entre le végétal et l’animal, ni entre l’homme et l’animal ») au bouddhisme, qu’il était séduit par le Japon où il alla pour la première fois en 1977, qu’il préférait Rousseau à Diderot, et bien d’autres choses encore que je ne peux toutes énumérer. Tout cela circonscrivait une figure, fermement dessinée, impérieuse même, avec laquelle on pouvait ne pas être d’accord mais qui en imposait. Avant qu’il prenne sa retraite, lorsqu’il prenait la parole lors des assemblées de l’École, certains de ses contemporains se souviendront de l’impressionnant silence dans lequel il était écouté. Car sa voix, un peu voilée mais pourtant fermement timbrée, était de celles qu’on n’oublie pas et son discours, tendu comme un arc, économe d’effets, avait l’art, malgré l’agencement complexe des phrases, de toujours retomber impeccablement sur ses pieds.

Tout aussi paradoxalement, cet homme pudique et distant en apparence était aussi un homme attentif, fidèle et fondamentalement sensible, qui prenait à cœur les problèmes de ses proches quels qu’ils fussent et les aidait discrètement à les résoudre, et qui ressentait avec émotion les attentions qu’on lui témoignait. Le nombre de personnes qui, ayant croisé sa route, en ont tiré un grand bénéfice dans l’orientation de leur vie est plus grand qu’on ne l’imagine. J’en ai connu moi aussi les effets : si je ne l’avais pas rencontré en 1955 et si je n’avais pas toujours trouvé un appui intellectuel auprès de lui, je ne serais pas ethnologue ni ce que je suis devenue. Pourtant, il n’a jamais voulu faire école ; il n’a jamais dicté sa loi. Ceux qui se ressentent tels peuvent se dire son disciple, mais il n’y a pas eu d’école structuraliste ou lévi-straussienne de pensée, organisée par lui volontairement. Il a vu d’ailleurs avec déplaisir se faire des amalgames dans la presse entre la méthode structurale qu’il mettait au point en anthropologie et des « applications » (ou ce qui était perçu ainsi) par d’autres auteurs ou dans d’autres disciplines : Lacan, Foucault, Derrida…

Il y a de plus deux structuralismes chez Lévi-Strauss. On pense le plus souvent à celui des Mythologiques, cette tâche immense à laquelle il s’est astreint jour après jour pendant des années où sur un ensemble restreint de variantes de mythes indiens (Amérique du Nord et du Sud), il met en application une méthode complexe où ce qui compte, ce sont les relations qu’entretiennent entre eux les objets et non les objets eux-mêmes, en utilisant pour les décrypter des codes – dont l’existence est universelle si les ordonnancements internes et les focalisations sont particulières – : codes alimentaires, culinaires, sexuels, animaliers, spatiaux ou temporels, etc. Il met ainsi en évidence le mouvement de la pensée qui conduit à l’élaboration culturelle du mythe dans ses variantes comme « pâte feuilletée » (« Marcel Detienne, par-delà l’hellénisme : expérimenter et comparer », entretien avec Charles Illouz et Alexandre Tourraix, Genèses 73, déc. 2008 : pp. 97-114.) ; ce qu’il explique, eu égard aux catégorisations binaires qu’il fait apparaître comme majeures, par le fonctionnement du cerveau, lequel non seulement fonctionne de la même manière partout et dès les origines (ce qui est indubitable), mais encore travaillerait de façon structurelle comme un ordinateur, en mode binaire, imposant ainsi cette marque de fabrique à la création mythique en particulier (ce qui est aujourd’hui totalement controuvé).

Le structuralisme à l’œuvre dans les Structures élémentaires de la parenté est de nature différente. Il s’agit de retrouver un ordre sous-jacent dans le désordre et le fouillis apparent des usages des sociétés étudiées par l’histoire et par l’ethnologie. Il y parvient, au moins pour les structures élémentaires de l’alliance, en découvrant des lois qui gouvernent les choix matrimoniaux, grâce à la mise en évidence de composantes discrètes en nombre limité dont les combinatoires, bien qu’offrant toutes sortes d’adaptations locales, sont elles aussi en nombre limité. C’est, on le voit, une approche d’une autre nature que celle des mythes, dans son but et dans ses modes de réalisation.

Naturellement les théories de Claude Lévi-Strauss n’ont pas été approuvées sans réserve. Dans certains cas – je pense à l’atome de parenté ou à la formule canonique des mythes –, il put y avoir des débats fort abscons. Sur la question de l’alliance matrimoniale, il y a toujours débat entre ceux qui récusent la notion d’échange et les autres, ou entre ceux qui postulent l’existence de stratégies collectives obéissant à la norme et ceux qui ne voient que le simple effet cumulatif de choix individuels. Dans la Conférence Marc Bloch qu’il prononça en 1984, Claude Lévi-Strauss exposait le débat en ces termes : « Ce que nous prenons pour une structure sociale d’un type particulier ne se réduit-il pas à une moyenne statistique résultant de choix faits en toute liberté ou échappant au moins à toute détermination externe ? […] Cette critique, qui traîne un peu partout, s’inspire d’un spontanéisme et d’un subjectivisme à la mode. Faudrait-il donc renoncer à découvrir dans la vie des sociétés humaines quelques principes organisateurs, n’y plus voir qu’un immense chaos d’actes créateurs surgissant tous à l’échelon individuel et assurant la fécondité d’un désordre permanent ? » Nous connaissons sa réponse à la question.

Ces critiques que j’ai privilégiées ici s’en prennent au cœur même du système de pensée lévi-straussien : il existe un ordre sous-jacent au désordre empirique et le social, construit par l’homme, n’est pas différent sur ce plan des champs des sciences physiques, de la nature et du vivant. Ces critiques toujours actuelles sont exactement de même nature que toutes celles qui, au cours des décennies précédentes, ont opposé la pensée de Sartre à celle de Lévi-Strauss, ou opposé l’attitude historienne qui privilégie le changement à une attitude anthropologique qui privilégierait l’immuabilité de la structure, ou encore les tenants de la diversité à ceux de l’universalisme. C’est un jeu de gigogne sur des attendus et des niveaux différents mais où s’incarnent toujours d’un côté l’individu (ou l’événement), de l’autre la norme collective (ou la structure). Les débats, qui ont fait rage parfois, ont culminé, me semble-t-il, dans l’incompréhension de bien des lecteurs de ce qui leur a paru être une contradiction ou un virement de bord de la pensée de Lévi-Strauss lorsqu’il publia à l’Unesco, Race et culture après avoir publié Race et histoire : on l’accusait en gros de passer de l’universalisme au relativisme. Il n’en était rien mais dans cette dichotomie forcée on oubliait que le postulat majeur (dialectique ?) de Lévi-Strauss est celui-ci, du moins tel que je le conçois : il ne peut y avoir de recherche d’un universalisme sous différentes formes (lois, invariants c’est-à-dire questions qui se posent à l’humanité) que s’il existe une diversité et une hétérogénéité – c’est-à-dire une différentiation culturelle reconnaissable, évidemment respectable, mais aussi transformable et mobile – entre sociétés. L’anthropologie structurale se doit de tenir comme nécessaires les deux bouts de la chaîne.

Il n’est pas possible, dans le cadre de cet article, de faire le tour des apports de Claude Lévi-Strauss et des questionnements parfois acerbes qu’il a suscités. Je voudrais néanmoins insister sur le fait que la plupart sont d’une très grande importance, tant intellectuelle que politique, à l’heure actuelle. Il est d’autres questions, plus clairement anthropologiques, qui restent à mes yeux en suspens : pourquoi n’a-t-il pas voulu étendre la capacité explicative de la méthode structurale d’analyse des mythes à d’autres régions du monde que le continent américain ? Ou comment se fait-il que dans son modèle théorique de la construction du social à partir de la prohibition de l’inceste – seule loi universelle à ses yeux-, il n’ait pas vu qu’il fallait qu’existât et fonctionnât simultanément une « valence différentielle des sexes » (que j’ai mise en évidence par la suite) dont l’existence est absolument nécessaire pour que les hommes aient eu le droit de disposer de leurs filles et de leurs sœurs pour les échanger contre celles d’autres hommes, – loi également universelle mais qui fut considérée longtemps comme étant un fait de nature alors qu’elle relève de l’interprétation cognitive de quelques faits « butoirs pour la pensées », et qui peut changer puisqu’elle fut agencée par l’esprit des humains.

L’œuvre de Claude Lévi-Strauss nous surplombe. Elle est, pour tous les intellectuels, d’une richesse et d’une force telles que, nonobstant les critiques fondées sur des lectures parfois trop rapides ou sur des incompréhensions fondamentales qui ne peuvent disparaître qu’après illumination, nous ne pouvons, nous anthropologues, que l’avoir à l’horizon de nos propres démarches, obligés que nous sommes, à un moment ou à un autre, de nous confronter à elle.

Mais l’homme aussi demeure, avec ses troublantes ambiguïtés face au monde dans lequel il vivait. Celui que je préfèrerai toujours, ce n’est pas l’homme courtois au regard perspicace dont l’abord impressionnait toujours, c’est celui qui, devant un petit groupe de Nambikwara nus, entassés et endormis sous un pauvre abri de feuilles contre des pluies torrentielles, ressent un sentiment profond de compassion à l’égard de cette « humanité si totalement démunie » où se retrouve cependant « quelque chose comme l’expression la plus émouvante et la plus véridique de la tendresse humaine », Tristes tropiques.

Où l’on voit que la froideur et l’insensibilité mythiques de Claude Lévi-Strauss sont vraiment des légendes, et son amertume à mettre au compte de son déchirement entre l’image solitaire de la tendresse dans le dénuement et celle, globale, de la corruption organisée.

Françoise Héritier
Professeur honoraire au Collège de France et à l’EHESS

fonte: La Lettre de l’EHESS

Posted in Claude Lévi-Strauss, Françoise Héritier | Leave a Comment »

*Scuola di Specializzazione in beni demoetnoantropologici

Posted by benimmateriali su 26 novembre 2009

Scuola di Specializzazione in BENI DEMOETNOANTROPOLOGICI

Castiglione del Lago (Perugia)

La Scuola di Specializzazione in beni demoetnoantropologici dell’Università degli Studi di Perugia, istituita in base al Decreto Ministeriale 31 gennaio 2006 “Riassetto delle Scuole di specializzazione nel settore della tutela, gestione e valorizzazione del patrimonio culturale”, ha lo scopo di curare la preparazione scientifica nel campo delle discipline demoetnoantropologiche impegnate nella conoscenza dei beni culturali e di fornire competenze professionali nell’ambito di attività per cui “Lo Stato, le regioni, le città metropolitane, le province e i comuni assicurano e sostengono la conservazione del patrimonio culturale e ne favoriscono la pubblica fruizione e la valorizzazione (Codice dei beni culturali e del paesaggio art.1) con attenzione particolare, nell’ambito della fruizione e valorizzazione, agli Istituti e luoghi della cultura (Codice articolo 101) e al museo in quanto struttura permanente che acquisisce, conserva, ordina ed espone beni culturali per finalità di educazione e di studio” (ibid.). Essa intende riferirsi, nella formazione, anche alla “Carta delle professioni museali” dell’ICOM-Italia (“International Council of Museums”, aderente all’UNESCO) e alla Convenzione UNESCO sulla Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale condivisa dallo Stato italiano. Rilascia il diploma di specialista in beni demoetnoantropologici con l’indicazione del curriculum seguito. Gli specializzati dovranno essere in grado di operare con funzioni di elevata responsabilità relativamente al patrimonio antropologico: nei competenti livelli amministrativi e tecnici del MIBAC; nei musei e nelle altre strutture pubbliche preposte alla catalogazione, tutela, conservazione, restauro, gestione, valorizzazione e allestimento; in strutture pubbliche e private che abbiano funzioni e finalità organizzative, culturali, editoriali e di ricerca; in organismi privati, fondazioni, ONG, organismi internazionali operanti nel settore del patrimonio antropologico; nella prestazione autonoma di servizi altamente qualificati, nell’ambito della ricerca, della conoscenza critica, della catalogazione, della didattica.

Bando 2010

Posted in beni demoetnoantropologici | Leave a Comment »