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Archive for the ‘Abruzzo’ Category

*Scanno 12/9/2009: Terremoto, ricostruzione e beni demoetnoantropologici

Posted by benimmateriali su 2 settembre 2009

aiseaarancio

Nell’ambito della XXXVII edizione del Premio Scanno – Riccardo Tanturri, sabato 12 settembre alle ore 9.30, nella ex Chiesa delle Anime Sante (via Abrami) a Scanno (L’Aquila), si terrà una tavola rotonda in collaborazione con l’Aisea, Associazione Italiana per le Scienze Etno-Antropologiche, dal titolo “Terremoto, ricostruzione e beni demoetnoantropologici”, che affronterà il problema del ‘terremoto’ anche culturale, oltre che geologico, subito dalle popolazioni colpite dal sisma. “I monumenti e le case – spiega Luigi M. Lombardi Satriani, presidente dell’Aisea – non costituiscono soltanto costruzioni, ma incorporano nel tempo sentimenti, emozioni, sogni, progetti, simboli di chi le abita o è abituato a vederli come scenari di vita quotidiana. Ed è di tutto questo che occorre tenere conto, nel restauro e nella costruzione, per evitare di infliggere alle popolazioni dell’Abruzzo oltre che il terremoto geologico un terremoto culturale”. Fra i relatori, oltre a Luigi M. Lombardi Satriani, Emilia De Simoni dell’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia, Adriana Gandolfi, ricercatrice etnografica, Alessandra Gasparroni e Thea Rossi, antropologhe.

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*Terremoto in Abruzzo: Cocullo senza serpi

Posted by benimmateriali su 6 Mag 2009

san-domenicoNiente rito serpari a Cocullo, ferita da sisma
(di Eleonora Sasso)

COCULLO (L’AQUILA) – A memoria d’uomo non era mai accaduto di vedere le vie di Cocullo deserte, il primo giovedi’ di maggio, non affollate all’inverosimile dal corteo che segue la statua di San Domenico per il rito dei Serpari. C’e’ voluto un terremoto – e purtroppo stavolta non e’ un modo di dire – per far annullare l’evento, che ha sempre richiamato decine di migliaia di turisti. L’anno scorso c’erano code fin sull’autostrada A25, fu necessario chiudere il casello.
Niente ”serpari”, a Cocullo, quindi giovedi’ prossimo, 7 maggio, un giorno e un mese dopo il sisma che ha devastato L’Aquila e la sua provincia. Nel piccolo borgo medievale – a 900 metri su una dorsale che divide la valle peligna da quella del Fucino – sorto sul sito di una fortificazione preromana e sovrastato dalla torre del castello Piccolomini, sono evidenti i segni della scossa del 6 aprile: lesionata la cupola della chiesa di san Domenico, gia’ danneggiata dai terremoti del 1915, del 1934, del 1984; seri problemi anche per la chiesa di Santa Maria delle Grazie, del XIV secolo. Le messe, da un mese, si celebrano all’aperto. O nella sala del Consiglio comunale. ”Troppo pericoloso far transitare migliaia di turisti e fedeli nel centro storico, parzialmente inagibile” aveva fatto sapere gia’ il 16 aprile Nicola Risio, sindaco del paese di circa 300 abitanti. Una decisione presa a malincuore, ma inevitabile. ”Manca la sicurezza, e non c’e’ neanche l’atmosfera di festa”, spiega Mario Volpe, che gia’ quindicenne partecipava all’organizzazione.

”Sono quasi quarant’anni che sono nel comitato organizzatore – dice -. Anche noi abbiamo avuto una vittima, una ragazza del paese e’ rimasta sotto le macerie all’Aquila, come potremmo festeggiare?”. Sono centinaia le telefonate arrivate da ogni parte d’Italia e dall’estero per chiedere informazioni. Di norma arrivano dalle ventimila alle quarantamila persone per omaggiare la statua di san Domenico che, vestita di rettili innocui, verso mezzogiorno esce dalla chiesa dove sono custodite le reliquie del santo. Il rito ha radici nel culto delle popolazioni marse per la dea Angizia; si trasformo’ dopo il Mille, quando l’abate benedettino Domenico si stabili’ a Cocullo dove, secondo la tradizione, salvo’ i contadini da un’invasione di vipere. La processione dei Serpari appare in una tela di Michetti presentata, nel 1900, all’esposizione Universale di Parigi. Qualche anno fa il rito e la sua suggestione finirono sul ”New York Times”. Il comitato costituito dalla Pro Loco aveva avviato la raccolta di fondi – casa per casa, ogni domenica – a inizio marzo; poi erano arrivati i consueti contributi dagli emigranti di Canada, Stati Uniti e Australia.

Con i primi tepori primaverili era cominciata la cattura delle serpi. Tutto sara’ rimandato all’anno prossimo. Quando si spera che le famiglie che ora hanno la casa inagibile avranno abbandonato le tende. 

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/inbreve/visualizza_new.html_959110736.html

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*Terremoto in Abruzzo: Onna

Posted by benimmateriali su 23 aprile 2009

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*Terremoto in Abruzzo: comunicato dell’AISEA

Posted by benimmateriali su 14 aprile 2009

 

COMUNICATO STAMPA dell’Associazione Italiana per le Scienze Etno-Antropologiche – AISEA

 aisea

 

Il presidente dell’AISEA, la più grande e antica associazione degli antropologi italiani, professor Luigi M. Lombardi Satriani, esprime, anche a nome del Consiglio Direttivo e di tutti i soci, i sentimenti di profonda solidarietà alla popolazione abruzzese così tragicamente colpita in questi giorni dal sisma. Per rendere concreta tale solidarietà, il presidente mette a disposizione delle autorità predisposte alla ricostruzione le competenze professionali antropologiche proprie e dei soci al fine di elaborare progetti che sappiano coniugare le risorse della memoria del passato con l’aspirazione a immaginare e costruire il futuro in una dimensione salda e garante dell’irrinunciabile identità territoriale.

 

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*Terremoto in Abruzzo: i migranti

Posted by benimmateriali su 14 aprile 2009

voltiberlino

Riportiamo un contributo di Pietro Clemente

 

Abruzzo: il dolore dell’angelo

Abdjia Nurjie F 1968,
Airulai Alena F 1998
Bobu Darinca Mirandolina F 1973
Chernova Marjia F 2001
De La Cruz Cursina Roberta F 1952
El Sajet Boshti M 2005
Enesoiu Adriana F 1961
Ghiroceanu Laurentiu Constantin M 1968
Ghiroceanu Antonio Ioavan M 2008
Grec kristina o marina F 3/5 anni
Hasani Demal M 1967
Hasani Refik M 1965
Husein Hamade M 1987
Koufolias Vassilis M 1981
Muntean Silviu Daniel M 2002
Nouzovsky Ondrey M 1991
Osmani Valbona F 1996
Parobok Anna F 1990

Ho tratto dalla lista generale dei morti d’Abruzzo (una lettura terribile e significativa, intere generazioni distrutte, i cognomi che si ripetono, le età che mutano, mi ricorda le liste dei morti nelle stragi naziste lungo il passaggio del fronte della guerra in Toscana) questi 18 nomi che hanno l’aria di non essere italiani, non so chi siano, se studenti, badanti, lavoratori dell’edilizia, operai, professionisti.

Vedo che hanno l’età delle mie figlie, dei miei nipoti, dei miei allievi. Una di loro corrisponde alla bara che ha tanto commosso l’opinione pubblica perché sovrastata dalla piccola cassa bianca della propria bambina di soli tre mesi. Dalla stampa capisco che sono macedoni, palestinesi, peruviani, rumeni, più in generale est europei e latino americani che facevano parte di gruppi migranti ben radicati nel territorio.

Di loro non si parla granché, dei musulmani si sa che le bare sono già partite per la loro terra (così come spesso facevano le bare di italiani d’America o d’Australia nelle prime migrazioni) e che il giorno del Venerdì Santo – che qualcuno ha visto come funerale di Stato Vaticano -, il rappresentante delle chiese musulmane d’Italia ha avuto velocemente la parola a cerimonia quasi finita. Protestanti o ortodossi, cattolici o atei, tutti i corpi hanno avuto le loro tre benedizioni cattoliche (dal papa tramite un suo rappresentante, dal cardinale e dal vescovo), salvo chi aveva scelto vie diverse di commiato più legate alle comunità dei parenti spesso diasporiche. Come un fall-out atomico, il terremoto ha fatto vittime ovunque, colpendo in modo concentrato ha disseminato un dolore disperso, solo tra i miei amici ho avuto notizia di vittime legate alla provincia di Frosinone, al senese, alla Sicilia, a Roma, perché l’Aquila come l’Europa era una città di scambi, di percorsi diversi e anche di migrazioni antiche e nuove, anche universitarie.

Ma colpisce non vedere sulla stampa questa lista che ora ho estratto dalle macerie di una pagina Internet. Perché questa lista significa molto. Non solo essa rappresenta proporzionalmente le nuove realtà del lavoro e della residenza (ma non della cittadinanza) nell’Italia di oggi, ma segna un dato nuovo della nostra storia che è quello che i mass media tengono segreto (interessa di più il liceo aquilano di Bruno Vespa e del ceto professionale che frequentava che la presenza radicata di nuove realtà migratorie) come si fossero passati una velina, forse concepita dal jazzista pentito Roberto Maroni. Cosa c’è scritto nella velina? Credo così: “parlate meno possibile degli immigrati presenti e morti nel terremoto se no la gente li sentirà fratelli e farà resistenza a schedarli e a espellerli, o vedrà che sono ormai parte della nostra vita e vorrà che diventino anche cittadini”.

In effetti perché sono rumeni quattro uomini accusati di sciacallaggio e poi prosciolti ed è solo una mamma e non una rumena la donna morta con la figlioletta il cui ‘monumento funebre’ ha straziato i cuori degli italiani pubblico televisivo?

Credo che in questi nomi ci sia non solo un obbligo di memoria, di incisione sulle pareti del monumento alle vittime con lettere ben riconoscibili, ma anche un nuovo giuramento di sangue che apre all’Italia futura: essa crescerà mescolandosi nella vita e nel sangue con gli immigrati. Perché parlo di sangue? Perché nella poesia di Carducci La Chiesa di Polenta dove si trovano i versi più volte cari agli antropologi, dedicati alla ‘itala gente dalle molte vite’ nel trattare la storia nazionale di conflitti, guerre, dominazioni, innesti di popolazioni diverse, e che si riferisce a una storia nazionale compiuta, spesso rivendicata dai conservatori per stabilire muri e confini, Carducci non riconosce tanto le ‘molte vite’ degli italiani nelle diversità culturali, di cui non aveva idea, ma nelle ibridazioni legate al sangue plurale che scorreva ormai dopo secoli di innesti di civiltà nella gente d’Italia alla fine dell’800. Con il loro sangue versato in terra d’Abruzzo gli immigrati sono ormai parte della ‘itala gente dalle molte vite’: non solo per pluralismo culturale ma anche ‘per sangue versato’. Il loro sangue chiede cittadinanza e accoglienza e non esclusione distrazione e smemoratezza.

Il lunedì dell’angelo ci presenta un angelo di dolore: la tradizione delle gite fuori porta della pasquetta sarà in Abruzzo obbligata dall’impossibilità di rientrare entro le porte delle città. Tra le meditazioni l’Angelo del dolore porta anche quella che in questi giorni circola sui giornali, e che noi antropologi traiamo dal pensiero di Gregory Bateson, e dal libro postumo Dove gli angeli esitano. In quelle pagine intense e dialogate con la figlia Mary Catherine l’antropologo/scienziato/comunicatore angloamericano rivolge un ammonimento contro l’uso del mondo fatto da tecnici e ingegneri che, anziché attendere una conoscenza scientifica profonda delle cose intervengono con tecniche, apparati, costruzioni che dichiarano servire all’utile degli uomini, ma in realtà portano verso la catastrofe. Il mondo – dicono questi tecnici e ingegneri – non vuole aspettare che se ne sappia di più, per il suo bene, o per la fretta di creare consumi e profitti, “deve precipitarsi là dove gli angeli esitano”.

L’angelo ci appare come figura del comune senso sacro del mondo, e insieme figura del confine violato: luogo di meditazione oggi, Lunedì dell’Angelo, angelo di dolore, tra i diversi cognomi dei morti, e tra le diverse vie per costruire e ricostruire.

fonte: SIMBDEA 

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*Terremoto in Abruzzo: “La ricostruzione a rischio clan”

Posted by benimmateriali su 14 aprile 2009

muroberlino 

 Riportiamo un articolo di Roberto Saviano (Repubblica, 14 aprile 2009)

 

 

L’AQUILA – “Non permetteremo che ci siano speculazioni, scrivilo. Dillo forte che qui non devono neanche pensarci di riempirci di cemento. Qui decideremo noi come ricostruire la nostra terra…”. Al campo rugby mi dicono queste parole. Me le dicono sul muso. Naso vicino al naso, mi arriva l’alito. Le pronuncia un signore che poi mi abbraccia forte e mi ringrazia per essere lì. Ma la sua paura non è finita con il sisma.

 

La maledizione del terremoto non è soltanto quel minuto in cui la terra ha tremato, ma ciò che accadrà dopo. Gli interi quartieri da abbattere, i borghi da restaurare, gli alberghi da ricostruire, i soldi che arriveranno e rischieranno non solo di rimarginare le ferite, ma di avvelenare l’anima. La paura per gli abruzzesi è quella di vedersi spacciare come aiuto una speculazione senza limiti nata dalla ricostruzione.

Qui in Abruzzo mi è tornata alla mente la storia di un abruzzese illustre, Benedetto Croce, nato proprio a Pescasseroli che ebbe tutta la famiglia distrutta in un terremoto. “Eravamo a tavola per la cena io la mamma, mia sorella ed il babbo che si accingeva a prendere posto. Ad un tratto come alleggerito, vidi mio padre ondeggiare e subito in un baleno sprofondare nel pavimento stranamente apertosi, mia sorella schizzare in alto verso il tetto. Terrorizzato cercai con lo sguardo mia madre che raggiunsi sul balcone dove insieme precipitammo e io svenni”. Benedetto Croce rimase sepolto fino al collo nelle pietre. Per molte ore il padre gli parlava, prima di spegnersi. Si racconta che il padre gli ripeteva una sola e continua raccomandazione “offri centomila lire a chi ti salva”.

 

Gli abruzzesi sono stati salvati da un lavoro senza sosta che nega ogni luogo comune sull’italianità pigra o sull’indifferenza al dolore. Ma il prezzo da pagare per questa regione potrebbe essere altissimo, ben oltre le centomila lire del povero padre di Benedetto Croce. Il terrore di ciò che è accaduto all’Irpinia quasi trent’anni fa, gli sprechi, la corruzione, il monopolio politico e criminale della ricostruzione, non riesce a mitigare l’ansia di chi sa cosa è il cemento, cosa portano i soldi arrivati non per lo sviluppo ma per l’emergenza. Ciò che è tragedia per questa popolazione per qualcuno invece diviene occasione, miniera senza fondo, paradiso del profitto. Progettisti, geometri, ingegneri e architetti stanno per invadere l’Abruzzo attraverso uno strumento che sembra innocuo ma è proprio da lì che parte l’invasione di cemento: le schede di rilevazione dei danni patiti dalle case. In questi giorni saranno distribuite agli uffici tecnici comunali di tutti i capoluoghi d’Abruzzo. Centinaia di schede per migliaia di ispezioni. Chi avrà in mano quel foglio avrà la certezza di avere incarichi remunerati benissimo e alimentati da un sistema incredibile.

 

“Più il danno si fa grave in pratica, più guadagni”, mi dice Antonello Caporale. Arrivo in Abruzzo con lui, è un giornalista che ha vissuto il terremoto dell’Irpinia, e la rabbia da terremotato non te la togli facilmente. Per comprendere ciò che rischia l’Abruzzo si deve partire proprio da lì, dal sisma di 29 anni fa, da un paese vicino Eboli. “Ad Auletta – dice il vicesindaco Carmine Cocozza – stiamo ancora liquidando le parcelle del terremoto. Ogni centomila euro di contributo statale l’onorario tecnico globale è di venticinquemila”. Ad Auletta quest’anno il governo ha ripartito ancora somme per il completamento delle opere post sisma: 80 milioni di euro in tutto. “Il mio comune ne ha ricevuti due milioni e mezzo. Serviranno a realizzare le ultime case, a finanziare quel che è rimasto da fare”. Difficile immaginare che dopo 29 anni ancora arrivino soldi per la ristrutturazione ma è ciò che spetta ai tecnici: il 25 per cento del contributo. Ci si arriva calcolando le tabelle professionali, naturalmente tutto è fatto a norma di legge. Costi di progettazione, di direzione lavori, oneri per la sicurezza, per il collaudatore. Si sale e si sale. Le visite sono innumerevoli. Il tecnico dichiara e timbra. Il comune provvede solo a saldare.


Il rischio della ricostruzione è proprio questo. Aumenta la perizia del danno, aumentano i soldi, gli appalti generano subappalti e ciclo del cemento, movimento terre, ruspe, e costruzioni attireranno l’avanguardia delle costruzioni in subappalto in Italia: i clan. Le famiglie di camorra, di mafia e di ‘ndrangheta qui ci sono sempre state. E non solo perché nelle carceri abruzzesi c’è il gotha dei capi della camorra imprenditrice. Il rischio è proprio che le organizzazioni arrivino a spartirsi in tempo di crisi i grandi affari italiani. Ad esempio: alla ‘ndrangheta l’Expo di Milano, e alla camorra la ricostruzione in subappalto d’Abruzzo.


L’unica cosa da fare è la creazione di una commissione in grado di controllare la ricostruzione. Il presidente della Provincia Stefania Pezzopane e il sindaco de L’Aquila Massimo Cialente sono chiari: “Noi vogliamo essere controllati, vogliamo che ci siano commissioni di controllo…”. Qui i rischi di infiltrazioni criminali sono molti. Da anni i clan di camorra costruiscono e investono. E per un bizzarro paradosso del destino proprio l’edificio dove è rinchiusa la maggior parte di boss investitori nel settore del cemento, ossia il carcere de L’Aquila (circa 80 in regime di 416 bis) è risultato il più intatto. Il più resistente.


I dati dimostrano che la presenza dell’invasione di camorra nel corso degli anni è enorme. Nel 2006 si scoprì che l’agguato al boss Vitale era stato deciso a tavolino a Villa Rosa di Martinsicuro, in Abruzzo. Il 10 settembre scorso Diego Leon Montoya Sanchez, il narcotrafficante inserito tra i dieci most wanted dell’Fbi aveva una base in Abruzzo. Nicola Del Villano, cassiere di una consorteria criminal-imprenditoriale degli Zagaria di Casapesenna era riuscito in più occasioni a sfuggire alla cattura e il suo rifugio era stato localizzato nel Parco nazionale d’Abruzzo, da dove si muoveva, liberamente. Gianluca Bidognetti si trovava qui in Abruzzo quando la madre decise di pentirsi.

L’Abruzzo è divenuto anche uno snodo per il traffico dei rifiuti, scelto dai clan per la scarsa densità abitativa di molte zone e la disponibilità di cave dismesse. L’inchiesta Ebano fatta dai carabinieri dimostrò che alla fine degli anni ’90 vennero smaltite circa 60.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani provenienti dalla Lombardia. Finiva tutto in terre abbandonate e cave dismesse in Abruzzo. Dietro tutto questo, ovviamente i clan di camorra.

 

Sino ad oggi L’Aquila non ha avuto grandi infiltrazioni. Proprio perché mancava la possibilità di grandi affari. Ma ora si apre una miniera per le imprese. La solidarietà per ora fa argine ad ogni tipo di pericolo. Al campo del Paganica Rugby mi mostrano i pacchi arrivati da tutte le squadre di rugby d’Italia e i letti allestiti da rugbisti e volontari. Qui il rugby è lo sport principale, anzi lo sport sacro. Ed è infatti la palla ovale che alcuni ragazzi si lanciano in passaggi ai lati delle tende, che mi passa sulla testa appena entro. Ed è dal rugby che in questo campo sono arrivati molti aiuti. La resistenza di queste persone è la malta che unisce volontari e cittadini. È quando ti rimane solo la vita e nient’altro che comprendi il privilegio di ogni respiro. Questo è quello che cercano di raccontarmi i sopravvissuti.

 

Il silenzio de L’Aquila spaventa. La città evacuata a ora di pranzo è immobile. Non capita mai di vedere una città così. Pericolante, piena di polvere. L’Aquila in queste ore è sola. I primi piani delle case quasi tutti hanno almeno una parte esplosa.
Avevo un’idea del tutto diversa di questo terremoto. Credevo avesse preso soltanto il borgo storico, o le frazioni più antiche. Non è così. Tutto è stato attraversato dalla scossa. Dovevo venire qui. E il motivo me lo ricordano subito: “Te lo sei ricordato che sei un aquilano…” mi dicono. L’Aquila fu una delle prime città anni fa a darmi la cittadinanza onoraria. E qui se lo ricordano e me lo ricordano, come un dovere: presidiare quello che sta accadendo, raccontarlo. Tenere memoria. Mi fermo davanti alla Casa dello studente. In questo terremoto sono morti giovani e anziani. Quelli che a letto si sono visti crollare il soffitto addosso o sprofondare nel vuoto e quelli che hanno cercato di scappare per le scale, l’ossatura più fragile del corpo d’un palazzo.


I vigili del fuoco mi fanno entrare ad Onna. Sono fortunato, mi riconoscono, e mi abbracciano. Sono sporchi di polvere e soprattutto fango. Non amano che si ficchino i giornalisti dappertutto : “Poi li devo andare a pescare che magari cade un soffitto e rimangono incastrati” mi dice un ingegnere romano Gianluca che mi fa un regalo che avrebbe fatto impazzire qualsiasi bambino, un elmetto rosso fuoco dei Vigili. Onna non esiste più. Il termine macerie è troppo usato. È come se non significasse più nulla. Mi segno sulla moleskine gli oggetti che vedo. Un lavabo finito a terra, un libro fotocopiato, un passeggino, ma soprattutto lampadari, lampadari, lampadari. In verità è quello che non vedi mai fuori da una casa. E invece qui vedi ovunque lampadari. I più fragili, gli oggetti che per primi hanno dato spesso inutilmente l’allarme del terremoto. È una vita ferma e crollata. Mi portano davanti la casa dove è morta una bambina. I vigili del fuoco sanno ogni cosa. “Questa casa vedi, era bella, sembrava ben fatta, invece era costruita su fondamente vecchie”. Si è fatto poco per controllare…

 

La dignità estrema di queste persone me la raccontano i vigili del fuoco: “Nessuno ci chiede niente. È come se per loro bastasse essere rimasti in vita. Un vecchietto mi ha detto: mi puoi chiudere le finestre sennò entra la polvere. Io sono andato ho chiuso le finestre ma alla casa mancano tetto e due pareti. Qui alcuni non hanno ancora capito cosa è stato il terremoto”.

Franco Arminio uno dei poeti più importanti di questo paese, il migliore che abbia mai raccontato il terremoto e ciò che ha generato scrive in una sua poesia: “Venticinque anni dopo il terremoto dei morti sarà rimasto poco. Dei vivi ancora meno”. Siamo ancora in tempo perché in Abruzzo questo non accada. Non permettere che la speculazione vinca come sempre successo in passato è davvero l’unico omaggio vero, concreto, ai caduti di questo terremoto, uccisi non dalla terra che trema ma dal cemento.

 

 

© 2009 by Roberto Saviano – Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

 

 

fonte:

http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/cronaca/sisma-aquila-5/saviano/saviano.html

 

 

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*Terremoto in Abruzzo: la paura del “dopo”

Posted by benimmateriali su 14 aprile 2009

bimboant1Riportiamo una testimonianza dell’antropologa abruzzese Adriana Gandolfi

 

 

Cari amici, qui la terra continua a tremare urlando tutta la sua “incazzatura”; questo terremoto dimostra in maniera evidente l’inadeguatezza di questa umanità mediatica davanti agli eventi “reali”, piuttosto che “virtuali”.

L’Aquila ed i suoi borghi medievali rappresentano la memoria storica di questa regione ma da qui non passano soltanto i tratturi dei pastori e la “via degli Abruzzi”, purtroppo c’è anche la micidiale “faglia dell’Appennino” che nei secoli ha contrassegnato questo territorio con eventi sismici ricorrenti e particolarmente violenti (basta ricordare il terremoto della Marsica del 1915, dove soltanto nella città di Avezzano si contarono 300 sopravvissuti su 11.000 abitanti).

Noi siamo atterriti e sconsolati, anche se l’Abruzzo nei secoli è stato devastato da tali eventi,  questa volta abbiamo conosciuto anche la vergogna della denuncia per “procurato allarme” a chi, con competenza scientifica annunciava la catastrofe imminente (bastava consigliare alla popolazione di dormire fuori casa almeno la notte del 6 aprile, quando si erano intensificate e ravvicinate le scosse che ormai duravano da 4 mesi).

Così, con l’Abruzzo devastato dal cataclisma rinnovato, l’Italia si risveglia dal torpore tecnocratico, con le polemiche sulla prevedibilità o meno dei terremoti e scopre che l’assassino di queste vite non è soltanto l’evento naturale incontrollabile ma il suo complice più subdolo: il calcolo dell’attività speculativa e “palazzinara” che ha compromesso il “bel paese” e le sue risorse paesaggistiche, ambientali, culturali dai famigerati anni sessanta fino ad oggi.

Senza mai limiti all’avidità dei concorrenti, con leggi sull’edificabilità anti-sismica mai attuate, le ennesime prese in giro alla collettività da “spremere” fino al midollo.

Quella notte, nelle abitazioni e nella “casa dello studente” c’erano rimaste soltanto quelle persone e quei ragazzi che in buona fede avevano creduto alle rassicurazioni come ennesimo “falso allarme”;vittime ennesime del malaffare tutto italiano: affarismo politico-immobiliare o social-speculativo, chiamatelo come vi pare.

Meno male che la maggior parte dei residenti è rimasta sveglia, in campana, ed ha dormito vestito vicino alla porta o nelle auto, sarebbe risultato ben altro il  numero dei morti.

Io mi sento molto legata a questa città, la avverto come una “patria culturale” qui ho vissuto anni importanti per la mia formazione, gli anni più belli della “meglio gioventù”.

La Valle Subequana (così si chiama il territorio che circonda L’Aquila e la impreziosisce come un ornamento) è sempre stato il territorio prediletto, il “luogo ritrovato”, dove mi dirigo nelle mie “scappatine” rigenerative, tra i rari spazi dove la mia anima respira “carattere, tradizione e identità”.

Non riesco a coniugare i verbi al passato, perché non posso pensare che tali borghi non esistano più, il terremoto è questo, come un bombardamento, in un lampo, scompare il tuo orizzonte consueto, passato e futuro si comprimono, nulla più, esiste solamente il presente, forse è l’istinto di sopravvivenza primordiale che ci frega o ci riscatta come l’istinto materno???

Ora la paura vera che ho è del “dopo”, la cancellazione della “memoria”, le ricostruzioni aberranti e moderniste che sono capaci di fare (come dimostrato da Belice ed Irpinia) gli affiliati al clan dei “progett-affaristi” insieme alla congrega dei”politic-immobiliaristi”; le grandi ditte già si stanno accapigliando per dividersi la ricca torta.

Il nostro compito è sina d’ora quello di prevenire e promuovere una ricostruzione attenta alla “memoria dei luoghi”, che tuteli in modo speciale non soltanto il patrimonio storico artistico ma soprattutto il carattere demo-antropologico.

Vorrei citare come esempio, l’intervento di ristrutturazione attuato in alcuni paesi, come Civitella Alfedena, appena dopo il terremoto del 1984 nel Parco Nazionale d’Abruzzo.

Le ditte che realizzarono la complessa opera erano locali ed oltre al personale specializzato, utilizzavano per la mano d’opera gli abitanti; il progetto prevedeva di smontare completamente le case e le strade, numerandone i pezzi e ricostruire il tutto com’era, rimontando insieme pietra su pietra.

Un risultato eccezionale, ultimato in pochissimi anni; l’altro esempio, quello friulano è soltanto più famoso.

 

Pescara, 9 aprile 2009

 

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*Terremoto in Abruzzo: immagini e riflessioni

Posted by benimmateriali su 13 aprile 2009

 

Da REPUBBLICA

Paganica: la rimozione della statua della Madonna dalla facciata pericolante della chiesa

madonnarecuperata

 

Da ANNO ZERO

Onna: il paese raso al suolo

 

Marco Travaglio: I grandi interessi che girano intorno alle ricostruzioni

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